Numerosi sono quelli che si immergono interamente nella politica militante, nella preparazione della rivoluzione sociale. Rari, rarissimi quelli che, per preparare la rivoluzione, se ne vogliono rendere degni
G. Friedmann


Il sardo è un dialetto?

Scritto da  Paolo Zedda
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ecclesiaCiò che la Cassazione dice, e ciò che manda a dire.
di Paolo Zedda

Molte discussioni ha acceso la recente sentenza della Corte di Cassazione (sez.1, Sentenza n. 20530 del 2012) che definisce il sardo “dialetto”. Il dibattito che immediatamente ne è scaturito è stato veemente. Le reazioni, in prevalenza di allarme e sconcerto, sono evidenti nei forum di vari quotidiani isolani, e nelle dichiarazioni di rappresentanti partitici ed intellettuali.

In effetti la sentenza suona come un’offesa sferzante per tutti i sardi. Da decenni non si sentiva più parlare del sardo come dialetto dell’italiano. Tanti dubbi sulla reale efficacia della politica linguistica, sul fatto che la scrittura possa essere unificata in una, o magari due norme grafiche, ma non sul fatto che il sardo sia una lingua oppure no. Tutti i sardi sanno ormai che il loro idioma è una lingua.

E invece no. La Cassazione dice il contrario, umiliando l’orgoglio di un intero popolo. E, se pure la sua sentenza non può inficiare il risultato del lavoro di linguisti, storici e legislatori, insinua comunque un dubbio che è meglio non sottovalutare.

Spieghiamo meglio: sul fatto che il sardo sia da considerarsi una lingua esiste il consenso, pressoché unanime, dei linguisti. Lo testimonia l’amplissima produzione di dizionari e testi di grammatica, sintassi e, più in generale, di saggi di argomento glottologico prodotti, per lo meno, negli ultimi due secoli.

Il sardo è riconosciuto come lingua minoritaria  anche dalla vigente legislazione regionale, nazionale ed europea, in modo piuttosto chiaro. La legge regionale 26 del ’97 così si esprime:

La Regione assume come bene fondamentale la lingua sarda, riconoscendole pari dignità rispetto alla lingua italiana”;

così la legge nazionale 482, del ‘99. (Art. 2, comma1):

In attuazione dell'articolo 6 della Costituzione e in armonia con

i   principi   generali   stabiliti   dagli   organismi   europei   e

internazionali, la Repubblica tutela la lingua  e  la  cultura  delle

popolazioni  albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate

e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il  friulano,

il ladino, l'occitano e il sardo.

Due sentenze della corte costituzionale confermano tale assunto; secondo l'UNESCO il sardo è da considerarsi lingua in pericolo di estinzione (cf. Unesco Red Book on Endangered Languages). Lo stesso indirizzo è evidente nella “Carta europea delle lingue regionali e minoritarie”, approvata dal Parlamento di Strasburgo il 5 novembre del 1992.

La sentenza della Cassazione pare, quindi, in aperto conflitto con le leggi in vigore, oltre che con la linguistica. In realtà la questione non è così chiara, o così scura.

La cassazione, infatti, non nega al sardo la dignità di lingua in senso assoluto, ma limita alcune applicazioni procedurali previste per le lingue minoritarie, in un  singolo e specifico processo penale in ragione della richiesta di annullamento dello stesso presentata dalla difesa di uno degli imputati.

In parole più semplici, è come se dicesse: non si nega al sardo la dignità di lingua in sé, né le tutele previste dalla legge in alcuni ambiti culturali ed istituzionali, ma nell’iter processuale, in cui il sardo viene correntemente impiegato come un dialetto, e, in questo senso, è giusto che le procedure di trascrizione delle intercettazioni seguano le norme previste per i dialetti, e non per le lingue minoritarie.

Non vuole togliere al sardo tutta la dignità di lingua, ma solo un pezzettino.

Le parole degli ermellini, tuttavia, non possono essere apparire come un dettaglio insignificante agli occhi di un attento osservatore, intanto perché offendono la sensibilità di un intero popolo in modo incurantemente disinvolto, inoltre perché, nonostante le limitazioni applicative, costituiscono un precedente che “fa peso” in ambito giurisdizionale. In terzo luogo, poiché si tratta di un pronunciamento importante e solo apparentemente isolato e sporadico.

La sensazione è quella che lo stato italiano sopporti con fastidio il riconoscimento dovuto alle proprie minoranze linguistiche, in particolare il sardo, e quello della sentenza di cassazione è solo uno dei segnali.

Un’altro ci viene dalla inerzia evidente con cui mette in pratica le direttive europee in materia. Tutti gli stati facenti parte dell’Unione Europea infatti, Italia inclusa, hanno firmato la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie  il 27 giugno del 2000. L’Italia però (in compagnia della Francia, che ha proposto una lista alternativa delle proprie lingue minoritarie) non l'ha mai ratificata, senza dare precise spiegazioni. Il consiglio dei ministri ha approvato un ddl di ratifica il 9 marzo 2012 (dopo ripetute sollecitazioni da parte dell’UE), ma il Parlamento non si è ancora pronunciato.

Un ulteriore segnale viene dal decreto denominato “Spendine review”, varato di recente dal Consiglio dei Ministri.

L'articolo 14, relativo a spese del personale, comma 16, corregge la legge di stabilizzazione finanziaria 15 luglio 2011, precisando che 'per aree geografiche caratterizzate da specificita' linguistica si intendono quelle nelle quali siano presenti minoranze di lingua madre straniera. La Sardegna risulta quindi esclusa, con tutte le conseguenze che ne derivano.

Ancora, il finanziamento stanziato a favore delle minoranze linguistiche nel 2001 era di 10 milioni di euro circa, nel 2012 è di un milione e 700.000 euro. Ridotto dell’ 85%

Uno sguardo di insieme ci suggerisce alcune valutazioni:


Nonostante la Sardegna abbia ottenuto, in via teorica, il riconoscimento della propria specificità linguistica, concretamente però, le politiche per il bilinguismo risultano ancora ampiamente inattuate;

lo stato italiano, dopo una prima e riottosa dimostrazione di disponibilità, sembra voler fare marcia indietro, ed eliminare in modo graduale quei (pochi) diritti e quei benefici che in un primo momento si è impegnato a garantire

La situazione, nel suo complesso, è molto preoccupante. La lingua sarda fa parte di quelle lingue a forte rischio di estinzione, come denuncia l’UNESCO. La sua sopravvivenza è legata alla attuazione di una serie di misure volte a garantirne la dignità, gli spazi comunicativi e, soprattutto, la trasmissione alle generazioni future. Le prospettive, attuali e reali sono piuttosto grigie: a fronte di un’Europa attenta alla salvaguardia delle lingue minoritarie, in quanto veicoli di cultura e coesione sociale, l’Italia sembra quasi infastidita dal dover attuare le politiche linguistiche a favore delle proprie comunità, e la Sardegna, che ha combattuto per decenni allo scopo di guadagnare i suoi preziosi spazi di sovranità, anche in campo linguistico, una volta ottenuti, incomprensibilmente e sistematicamente, non li utilizza come dovrebbe.

E’ indispensabile, invece, garantire alla Sardegna ed a noi sardi i diritti e i valori, e  difendere a tutti i costi la dignità della nostra storia e della nostra cultura. Perché è anche la nostra dignità. Bisogna far sentire alta la nostra voce, e combattere, se necessario, per potenziare gli strumenti statutari ed amministrativi di cui la nostra isola ha diritto. Ma, soprattutto, in attesa di nuove conquiste, è assolutamente necessario che la sovranità a cui già abbiamo diritto venga esercitata nel modo più pieno possibile, pena la perdita di beni di inestimabile valore. La lingua è uno e forse il più importante di questi.
Letto 2233 volte Ultima modifica il Lunedì, 23 Luglio 2012 20:06

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